Il mondo di oggi, il mondo di ieri – Professione Docente Maggio 2026
di Renza Bertuzzi
06 Maggio 2026
PROFESSIONE DOCENTE
Il mondo di ieri, un romanzo molto bello di Stefan Zweig, descrive un mondo scomparso che era fatto di certezze.
«Tutto nella nostra quasi millenaria monarchia austriaca sembrava duraturo e lo Stato appariva il sommo garante di questa ininterrotta solidità. I diritti che esso concedeva ai cittadini erano assicurati dal parlamento […] e ciascun dovere era fissato con precisione». In questa «età d'oro della sicurezza», come la definisce Zweig, non c'era spazio per sanguinosi e laceranti conflitti tra classi, etnie o religioni: «Pur stuzzicandosi di tanto in tanto, poveri e ricchi, cechi e tedeschi, cristiani ed ebrei vivevano in pace». Il mondo dell'Impero austroungarico.
Un mondo stabile, fatto di punti solidi. Un mondo illusorio? Zweig era ebreo, cominciò a scrivere il romanzo nel 1934, quando decise di lasciare l'Austria per il Brasile avendo preconizzato l'inizio della persecuzione nazista. Il manoscritto fu inviato all'editore il giorno prima che lui e la moglie si suicidassero, nel 1942.
Un esempio emblematico di rifiuto di un mondo nuovo, confrontato con quello vecchio in cui lo Stato garantiva i diritti ai suoi cittadini e ciascun dovere era fissato con precisione. Non vi erano dubbi: il vecchio mondo dell'Impero garantiva diritti e tutto sommato pace; quello nuovo aveva portato il nazismo, la persecuzione degli Ebrei, i forni crematori; poi, oltre ad una guerra sanguinosa, anche la bomba atomica. Ma Zweig e la moglie non conobbero l'ultimo insulto.
Ci siamo soffermati un po' su questo esempio, in parte per ricordare un grande autore, in parte per dimostrare che non funziona il criterio per cui il mondo va avanti portando con sé progresso e coloro che rimpiangono i bei tempi andati sarebbero ridicoli e grotteschi.
Arriviamo al punto che ci interessa e proviamo ad applicare il principio del "progresso è bello" alla Scuola, ambito che ci riguarda e che viene ampiamente trattato in questo numero. Com'è il mondo di questa nuova scuola? È migliore di quello vecchio? È il progresso?
A tutte queste domande, da tempo questa rivista ha fornito — e continuerà a fornirle — risposte convinte ad ogni numero.
In principio fu Berlinguer a rimuovere il primo mattone, poi, di mattone in mattone, con ministri di entrambi gli schieramenti, per arrivare al ministro in carica, l'Istruzione si è lentamente abbassata, accasciata su sè stessa; alla fine crollerà?
Prima di entrare nei particolari dell'analisi sul "progresso" della scuola, è giusto ricordare che il 1° aprile è stato firmato il Contratto per i docenti, per il biennio 2025/2027. Il coordinatore, Vito Carlo Castellana, ne parla a pag. 3, Di traguardo in traguardo, mentre le tabelle degli aumenti, a cura di Simone Craparo, si trovano a pag. 24.
E veniamo alla scuola del "progresso", quella che di anno in anno, a cominciare dalla Riforma Berlinguer 1997/2000, ha iniziato la sua discesa: da istituzione ad appendice dell'industria; da scuola dello studio delle discipline a luogo del sincretismo culturale, pezzetti di informazioni che concorrono a creare grandi confusioni culturali — e figuriamoci cosa succede al pensiero critico.
Il problema, scoppiato in questo ultimo periodo, è la riforma degli Istituti tecnici, o meglio la loro trasformazione in scuole donate all'industria. Questa idea del dono generoso senza contropartita richiama culture altre e altri periodi della storia, quelle culture e quei periodi che i nuovi programmi disdegnano: di regalo si tratta, anzi di asservimento al neo-liberismo.
Diverse pagine di questo numero sono dedicate al tema: Gilda, salvare gli istituti tecnici. Da pag. 11 a pag. 14, Gianfranco Meloni e Patrizia Basili ne scrivono; il primo da pag. 11, Una rete dei Tecnici per resistere; la seconda da pag. 12, I nuovi istituti tecnici. Dentro la riforma.
Sui percorsi quadriennali, tema che riguarda anche gli Istituti tecnici, scrivono a pag. 17 e 18, Massimo Quintiliani e Simone Craparo: Quintiliani a pag. 16, Studiare di meno fa male; Craparo, Riforma sbagliata (come tante), pag. 17.
Per il mondo di oggi, abbiamo: Giovanni Carosotti che scrive sul nuovo esame di Maturità, L'impossibile valutazione della personalità, pag. 5; l'aumento della violenza a scuola, pag. 7, Antonio Massariolo, Scuola senza controllo; pag. 6, Renza Bertuzzi, Autorità perduta o educazione smarrita?
Le nuove indicazioni nazionali che ripudiano I promessi sposi, pag. 15, Fabrizio Tonello. L'intelligenza artificiale, più che mai simbolo e realtà di un nuovo mondo: pag. 10, la prima puntata di Mario Pomini di una serie completa che continuerà nei prossimi numeri.
C'è anche, per fortuna, un mondo di oggi che ritorna al mondo di ieri: la lezione frontale. Una marcia indietro di una modalità che aveva sempre caratterizzato l'insegnamento e che — guarda caso — rappresentava la funzione istituzionale della scuola. Gianluigi Dotti ne scrive a pag. 4, riportando le decisioni in questo ambito anche dei Paesi stranieri.
C'è anche la realtà in cui il progresso, plasmato dalle persone giuste, mostra un volto nuovo, ammirevole e confortante. La Spagna. Un paese per giovani e… non solo, pag. 21.
La nuova puntata di Storia della scuola di Piero Morpurgo, pag. 20, ci porta nel 1960, che conobbe un rigurgito di pericoloso autoritarismo: la similitudine con il presente è immediata e preoccupante.
Per Spiragli: Gianluigi Dotti recensisce, a pag. 19, Contro la scuola neoliberale, un testo di critica che conferma giudizi ormai certi e inquietanti; Antonio Caponigro e Massimo Mirra scrivono sulla valenza del teatro in tempi di guerre atroci, Teatro vs guerra, pag. 18.
Infine un tema tornato alla ribalta, simbolo dei tempi andati "recuperato" oggi, addirittura cum gaudio, la pena di morte. Francesco Pallante, pagg. 8–9, descrive il quadro del dibattito in Assemblea costituente che ha portato alla decisione di abolirla. Una ricognizione rigorosa, da par suo, importantissima — e per comprendere il livello incomparabile con quella attuale della classe politica uscita dalla guerra — per senso della responsabilità e per qualità intellettuali e culturali e per la consapevolezza dell'altissimo ruolo di rispetto della cosa pubblica.
Il dibattito tra mondo di oggi e mondo di ieri è aperto.